Stralci della Prefazione del volume “Il Dialetto Romanzo di Teggiano”

Prefazione
La stagione del Positivismo in Italia meridionale ebbe un percorso lungo e una incidenza notevole sulla intellettualità, sulla sua formazione e su una più diffusa acculturazione. Grazie innanzitutto all’impegno dello Stato unitario per la scuola pubblica e l’istruzione obbligatoria, a partire dagli anni ottanta dell’Ottocento comincia ad emergere una intellettualità media con un significativo radicamento nelle realtà locali e che proprio nella cultura positivistica trova dei riferimenti prioritari, a cominciare dallo studio delle tradizioni popolari e dalla fondazione della demologia che incrociano necessariamente il contenzioso linguistico e il ruolo dei dialetti. Insomma, Pitrè e Ascoli, se vogliamo limitarci ai nomi più significativi, che pongono sul tappeto nodi centrali nell’Italia postunitaria: come creare una lingua nazionale condivisa da tutte le classi sociali e recuperare la cultura delle classi subalterne fondata soprattutto sulla oralità e sul dialetto; come darle dignità e inserirla nel circuito della cultura egemone a cominciare dalla scuola.
Insomma la questione del dialetto entrava con forza nei processi di cambiamento storico-sociali, politici, culturali dell’Italia postunitaria, in un tempo in cui l’analfabetismo segnava ancora percentuali alte e innanzitutto attraverso la scuola occorreva favorire il riconoscimento dei ceti popolari come parte attiva dell’identità nazionale.
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Questa premessa per dire che la monografia di Vincenzo Andriuolo sul dialetto di Teggiano non prescinde dal lungo percorso degli studi sul dialetto e sulle culture regionali, ovviamente con una necessaria focalizzazione territoriale e storica tanto che ad apertura dell’Introduzione l’autore rinvia prioritariamente ai contributi di Gaetano Amalfi – magistrato sorrentino, letterato e studioso delle tradizioni e della letteratura popolare che nell’ultimo scorcio dell’Ottocento resse la pretura di Teggiano, tipico esponente proprio di quella intellettualità media della stagione positivistica – che negli anni ottanta dell’Ottocento realizzò e pubblicò ricerche e studi sulla cultura popolare di Teggiano e del Vallo di Diano, ma sottolineando i limiti della pur benemerita operazione di Gaetano Amalfi, che aveva «napoletanizzato» linguisticamente i materiali poetici e narrativi raccolti. Andriuolo tiene anche in debito conto gli studi di Arturo Didier, autore di numerose pubblicazioni storico­ archivistiche su Teggiano e il Vallo di Diano e de La letteratura dialettale di Teggiano (LavegliaCarlone Editore, 2008), un lavoro teso a raccogliere il patrimonio letterario dialettale con una «adeguata sistemazione filologica» e così preservarlo da contaminazioni e stravolgimenti oltre che dalla dispersione e dall’oblio, come sottolinea lo stesso Didier.
Il lavoro di Andriuolo privilegia un approccio prettamente linguistico, entrando nel merito degli aspetti ortografici, fonetico-fonologici, morfologici, sin tattici, lessi cali del dialetto di Teggiano, senza però trascurare i riferimenti storici tanto che nella parte introduttiva disegna un sintetico ma efficace excursus sulla storia dell’importante centro del Vallo di Diano. Una monografia che si inserisce nella nuova stagione di attenzione ai dialetti iniziata negli anni settanta del Novecento, che riparte proprio dalle elaborazioni maturate tra Otto e Novecento, ma ovviamente con una strumentazione scientifica (teorica, metodologica e critica) rinnovata che la linguistica e la dialettologia hanno approntato nel corso del Novecento. In tal modo il libro di Andriuolo realizza un apprezzabile contributo non solo alla conoscenza del dialetto di Teggiano ma anche alla più generale battaglia contro quello che egli stesso definisce «il rischio di perdita dell’identità» e dello spazio vitale del dialetto.

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La monografia di Vincenzo Andriuolo sul dialetto di Teggiano ha il merito non solo di contribuire a colmare certi vuoti informativi, ma anche di presentarsi come una descrizione rigorosa e dettagliata di una varietà appartenente a un’area particolarmente complessa sotto il profilo dialettologico. Già punto d’inchiesta (731) dell’ AIS, la località di Teggiano, com’è noto, è stata inclusa dal Lausberg (1939) in quella fascia di territorio intermedio a sistema vocalico «marginale» (Randgebiet), che inizia da est, abbracciando la costa adriatica fra Brindisi e Ostuni, occupa il Salento settentrionale (con Taranto) e prosegue verso ovest in Lucania orientale e settentrionale fino a toccare alcuni punti del Cilento settentrionale (Omignano) e la parte meridionale con il Vallo di Diano (Teggiano). La peculiarità del sistema «marginale» è di presentare per il vocalismo tonico cinque elementi vocalici, e per quello atono finale, solo tre elementi.
Il lavoro di Andriuolo costituisce un tentativo originale di presentare le strutture fonologiche, morfologiche e sintattiche del dialetto di Teggiano nella prospettiva della linguistica scientifica moderna e allo stesso tempo in una forma accessibile ai non specialisti. Di conseguenza, il primo problema grammaticale che si pone per lo studioso è la necessità di costituire un sistema ortografico coerente e rappresentativo delle particolarità dei suoni linguistici del teggianese. La grafizzazione è per un cultore la strada per dare dignità al dialetto attraverso la scrittura; ma in questo caso diventa invece anche un presupposto importante (quando non si può, o si vuole, ricorrere a criteri più complessi di trascrizione), per la presentazione e l’interpretazione di un materiale ricco e autentico, perché di prima mano, che fa della presente monografia un testimone importante della parlata a tutt’oggi ancora viva a Teggiano.
Non sono certamente pochi gli elementi di approfondimento che questa monografia ci fornisce. Oltre alle conoscenze già acquisite, attraverso la tradizione degli studi scientifici, sulle particolarità del vocalismo (frutto di riassestamenti relativamente recenti) e del consonantismo·, risultano, per esempio, di notevole interesse, per il capitolo dedicato alla morfologia, non solo l’ampia trattazione sulla flessione del nome, dell’aggettivo, le forme piene dell’ articolo e il sistema verbale (con annotazioni morfosintattiche importanti, per esempio, sull’uso deontico di avè, ‘avere’), ma anche i ricchi paragrafi dedicati alle parti invariabili. Tra questi spiccano le analisi dettagliate sui procedimenti di formazione di alcune locuzioni avverbiali: pàrica ‘a quanto pare’, appàrica ‘mica’, ‘non è detto che’, pènzica ‘probabilmente’, rìcica ‘a quanto pare’, virica ‘si veda’, ‘si badi’. Le forme, tipiche del dialetto teggianese, sono interpretate opportunamente come esiti di processi di grammaticalizzazione di verbi o di aggettivi con il complementatore ca . Considerevole è anche la serie degli avverbi di tempo: cràji ‘domani’, ‘ppiscràji, ‘dopodomani’, con suffisso diminutivo: ‘ppiscrìddu ‘dopo dopodomani’, crammatìnu ‘domani mattina’ e crajassèra ‘domani sera’; insieme ad altre forme di tempo determinato, come auànnu ‘quest’anno’, i termini sono peraltro indicativi di una certa arcaicità del lessico teggianese.
Infine, di grande interesse è anche il variegato quadro della sintassi, spesso trascurato nel lavori degli specialisti, in quanto i materiali non sono di facile reperimento. Il nostro studioso lo ricostruisce affidandosi alla propria competenza linguistica di partenza e alle conoscenze grammaticali acquisite, che gli consentono un confronto costante, seppure nei modi correnti, con la sintassi dell’italiano e del latino. Da questo quadro emergono tratti diffusi nei dialetti meridionali; a parte quello ben noto dell’ accusativo preposizionale nel costrutti in cui compaiono i nomi indicanti esseri animati e nelle espressioni e interiezioni augurali: ‘Bbiàt ‘a ‘cchi si la piglia! è segnalata anche la costruzione con a in dipendenza da nomi di parentela: a ‘cchì jà fìgliu?
La parte però più ampia e articolata del lavoro è occupata da un’ analisi sistematica, pur secondo un modello esplicativo tradizionale, della frase complessa attraverso esempi di costruzioni-tipo tra cui spiccano i costrutti del periodo ipotetico con il doppio congiuntivo o il doppio condizionale (quest’ultimo con l’uscita in -era derivata dal piuccheperfetto indicativo latino), come importante tratto caratterizzante il teggianese e l’area alla quale appartiene: Ssì ‘ngi fòra n’atu ‘bbicchirieddu ri vinu mi lu vivera ‘Se ci fosse un altro bicchiere di vino, lo berrei’.
Insomma, si tratta di una descrizione grammaticale di materiali originali, organizzati in maniera precisa e secondo criteri sufficientemente scientifici, che risulta senz’altro interessante per la ricca messe di dati e le analisi che contiene sulle caratteristiche del dialetto di Teggiano, mai oggetto fino ad oggi di una ricerca così ampia e articolata, secondo modi correnti, sulle strutture generali del suo sistema.
Giustamente Andriuolo si augura che il suo lavoro possa contribuire a emarginare quella percezione negativa del dialetto come «lingua ghettizzata, varietà linguistica dei ceti bassi», e accrescere invece una più diffusa consapevolezza che il dialetto può costituire un
«momento di accrescimento e arricchimento culturale, una risorsa in più di cui servirsi anche e soprattutto in ragione del suo potenziale espressivo».
Tutto questo, ovviamente, sul presupposto di una conoscenza approfondita del patrimonio dialettale e di un’indagine fondata su basi metodologicamente e scientificamente credibili – come avviene in questa monografia di Andriuolo, che utilizza, tra l’altro, una folta e aggiornata bibliografia – che servano anche a far riscoprire la storia dei piccoli centri come Teggiano, la cui comunità cerca di organizzare il proprio futuro con una progettualità che, some sottolinea l’autore, non può che «partire dalla propria storia», di cui «parte imprescindibile sono le tradizioni e la cultura del popolo».

Sebastiano Martelli, docente di Letteratura italiana nell ‘Università di Salerno

Rosa Troiano, docente di Linguistica italiana nell’Università di Salerno

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